di Daniel C. Dennett
Ora che ho vinto la mia causa in base
alla Legge per la Libertà d’Informazione, sono libero di rivelare per la
prima volta un curioso episodio della mia vita che può presentare un
certo interesse non solo per chi studia la filosofia della mente,
l’intelligenza artificiale e la neurobiologia, ma anche per un pubblico
più vasto.
Parecchi anni fa venni avvicinato da alcuni funzionari del Pentagono,
che mi chiesero di offrirmi volontario per una missione segreta e
pericolosissima. In collaborazione con la NASA e con Howard Huges, in
Dipartimento della Difesa stava spendendo miliardi per mettere a punto
un Dispositivo Scavatore Sotterraneo Supersonico, o DSSS. Esso avrebbe
dovuto scavare a grandissima velocità una galleria attraverso il nucleo
della Terra e infilare una testata atomico all’uopo progettata “su per i
silos dei missili, a quei Rossi”, come si espresse uno dei papaveri del
Pentagono.
Il problema era che durante una delle
prime prove erano riusciti a cacciare una testata alla profondità di un
chilometro e mezzo sotto Tulsa, in Oklahoma, e volevano che io gliela
recuperassi. “Perché proprio io?” domandai. Be’, la missione contemplava
certe applicazioni rivoluzionarie delle ricerche correnti sul cervello,
e loro avevano sentito parlare del mio interesse per il cervello, e
naturalmente della mia curiosità faustiana, del mio grande ardimento e
così via… Insomma, come avrei potuto rifiutare? La difficoltà che aveva
spinto il Pentagono a interpellarmi era che il dispositivo che mi
chiedevano di recuperare sprigionava una forte radioattività, ma di
genere nuovo. Secondo gli strumenti di controllo, qualcosa nella natura
del dispositivo, in seguito alle complesse interazioni con le sacche di
minerale incontrate a grande profondità, aveva prodotto una radiazione
che poteva causare gravi anomalie in certi tessuti del cervello. Non si
era trovato alcun mezzo per schermare il cervello da questi raggi
mortali, che a quanto pareva erano invece innocui per gli altri organi e
tessuti del corpo. Era stato perciò deciso che la persona inviata a
recuperare il dispositivo avrebbe lasciato a casa il proprio cervello.
Esso sarebbe stato custodito in un luogo sicuro, da dove avrebbe potuto
esplicare le proprie normali funzioni di controllo grazie a complessi
collegamenti via radio. Ero disposto a subire un’operazione chirurgica
che mi avrebbe asportato tutto il cervello, il quale sarebbe poi stato
mantenuto in vita in un apposito recipiente presso il Centro per il volo
spaziale umano di Houston? Ciascuna via d’ingresso e di uscita, appena
recisa, sarebbe stata rimessa in funzione mediante una coppia di
ricetrasmettitori microminiaturizzati, uno collegato appunto al cervello
e l’altro alle radici nervose del cranio svuotato. Non ci sarebbe stata
alcuna perdita d’informazione, tutto il complesso delle connessioni
sarebbe stato perfettamente conservato. All’inizio ero un po’
riluttante: avrebbe funzionato davvero? I neurochirurgi di Houston
m’incoraggiavano: “Lo consideri” dicevano “come un semplice allungamento dei nervi. Se il suo cervello fosse spostato di appena due o tre centimetri
all’interno del cranio, ciò non potrebbe alterare o menomare la sua
mente. Noi non faremo altro che rendere i nervi indefinitamente
elastici, collegandoli via radio”.
Mi portarono a fare un giro nel
laboratorio di Houston specializzato nel mantenimento in vita di organi e
tessuti e mi mostrarono la vasca nuova di zecca in cui sarebbe stato
collocato il mio cervello, se avessi accettato. incontrai la folta
squadra di assistenza, composta da brillanti neurologi, ematologi,
biofisici e ingegneri elettronici e, dopo parecchi giorni di discussioni
e dimostrazioni, accettai di correre il rischio. Fui sottoposto a una
quantità di esami del sangue, di analisi del cervello, di esperimenti,
colloqui e via dicendo. Registrarono nei minimi particolari la mia
biografia, fecero noiosissimi elenchi delle mie convinzioni, speranze,
paure e gusti. Fecero addirittura un elenco dei miei dischi stereo
preferiti e mi sottoposero ad un trattamento psicoanalitico accelerato.
Giunse alla fin il giorno
dell’operazione; naturalmente mi fecero l’anestesia e dell’operazione in
sé non ricordo nulla. Quando ripresi i sensi, aprii gli occhi, mi
guardai intorno e feci l’inevitabile, la tradizionale, banalissima
domanda postoperatoria: “Dove sono?”. L’infermiera mi sorrise e disse:
“A Houston”, e io pensai che, in un modo o nell’altro, ciò aveva ancora
una buona probabilità di essere vero. Mi porse uno specchio. E difatti,
ecco le minuscole antenne che si rizzavano dalle loro basi di titanio
saldate al mio cranio.
“Immagino che l’operazione sia riuscita” dissi. “Voglio andare a vedere
il mio cervello”. Mi condussero (ero un po’ frastornato e incerto sulle
gambe) per un lungo corridoio e mi fecero entrare nel laboratorio di
mantenimento in vita. La squadra di assistenza al completo mi accolse
con un’ovazione e io risposi con quello che speravo fosse un gaio
saluto. Poiché avevo ancora il capogiro, mi aiutarono a raggiungere il
recipiente. Guardai attraverso il vetro: dentro, sospeso in un liquido
che pareva birra, c’era senz’ombra di dubbio un cervello umano, benché
quasi tutti coperto di piastrine con circuiti stampati, tubicini di
plastica, elettrodi e altri ammennicoli. “È il mio?” chiesi. “Giri
l’interruttore del trasmettitore in uscita, lì sul fianco della vasca, e
se ne accorgerà” rispose il direttore del progetto. Misi l’interruttore
sulla posizione di spento e di colpo, intontito e in preda alla nausea,
mi accasciai fra le braccia dei tecnici, uno dei quali rimise
gentilmente l’interruttore sulla posizione di acceso. Mentre andavo
recuperando l’equilibrio e la padronanza di me stesso, così riflettevo:
“Be’, eccomi qui, seduto su uno sgabello, a contemplare il mio cervello
attraverso una lastra di vetro… Un momento, ” mi dissi “non avrei forse
dovuto pensare ‘Eccomi qui, sospeso in un liquido pieno di bollicine,
contemplato dai miei occhi?’”. Cercai di pensare quest’ultimo pensiero.
Cercai di proiettarlo nella vasca, offrendolo speranzoso al mio
cervello, ma non riuscii a eseguire l’esercizio con convinzione. Tentai
di nuovo: “Eccomi qui, io, Daniel Dennett, sospeso in un
liquido pieno di bollicine, contemplato dai miei occhi”. No, non ci
riuscivo. Davvero sconcertante e imbarazzante. Essendo un filosofo di
salda fede fisicalista, credevo fermamente che i miei pensieri
trovassero un supporto in un qualche luogo del mio cervello: eppure,
quando pensavo “Eccomi qui”, il luogo in cui questo pensiero si
presentava era qui, fuori dalla vasca, dove io, Dennett, me ne stavo a contemplare il mio cervello.
Tentai e ritentai di pensarmi dentro la
vasca, ma senza alcun risultato. Cercai di allenarmi all’impresa facendo
degli esercizi mentali. Pensai trame per cinque volte in rapida
successione: “Il sole brilla laggiù” e ogni volta mi
rappresentai nella mente un posto diverso; nell’ordine: l’angolo del
laboratorio illuminato dal sole, il prato che vedevo di fronte
all’ospedale, Houston, Marte e Giove. Scoprii di non avere nessuna
difficoltà a far rimbalzare i miei “laggiù” per tutta la mappa celeste
con i punti di riferimento giusti. In un istante riuscivo a scagliare un
“laggiù” attraverso le distese più lontane dello spazio e poi a
collocare il “laggiù” successivo, con la precisione di una punta di
spillo, nel quadrante superiore sinistro di una lentiggine del mio
braccio. Perché avevo tanta difficoltà con il “qui”? “Qui a Houston”
funzionava abbastanza bene, e così pure “qui nel laboratorio” e anche
“qui in questa zona del laboratorio”; ma “qui nella vasca” appariva
sempre come un vuoto boccheggiamento mentale involontario. Provai a
chiudere gli occhi mentre lo pensavo. Ci fu, mi parve, un certo
miglioramento, ma non il pieno successo, se non forse per un istante
fuggevole. Non ne ero sicuro. Anche la scoperta che non riuscivo a
esserne sicuro era sconvolgente. Come facevo a sapere dove intendevo per “qui” quando pensavo “qui”? Che credessi
di intendere un posto quando in realtà ne intendevo un altro? Non
capivo come si potesse ammettere ciò senza sciogliere i pochi legami
d’intimità fra una persona e la sua vita mentale che erano sopravvissuti
al furibondo attacco degli scienziati e dei filosofi del cervello, dei
fisicalisti e dei comportamentisti. Forse ero incorreggibilmente in
errore in ciò che intendevo quando dicevo “qui”. Tuttavia,
nelle circostanze in cui mi trovavo, pareva proprio o che io fossi
condannato alla pura e semplice forza dell’abitudine mentale a formulare
pensieri indexicali sistematicamente falsi, oppure che il luogo in cui
una persona si trova (e quindi il luogo in cui i suoi pensieri trovano
un supporto ai fini di un’analisi semantica) non sia necessariamente il
luogo in cui è il suo cervello, la sede fisica della sua anima. Irritato
da questa confusione, cercai di orientarmi ricorrendo a uno degli
stratagemmi prediletti dei filosofi: cominciai ad assegnare un nome alle
cose.
“Yorick,” dissi ad alta voce al mio
cervello “tu sei il mio cervello. Al resto del mio corpo, seduto su
questo sgabello, darò il nome di ‘Amleto’”. Eccoci dunque tutti qui:
Yorick è il mio cervello, Amleto è il mio corpo e io sono Dennett. Allora,
dove sono io? E quando penso “Dove sono io?”, dove trova supporto
questo pensiero? Lo trova nel mio cervello, a mollo lì nella vasca,
oppure qui tra le mie orecchie dove sembra trovare un supporto? O da nessuna parte? Le sue coordinate temporali
non mi provocano alcuna difficoltà; ma non deve possedere anche delle
coordinate spaziali? Cominciai a fare un elenco delle varie possibilità.
- Dove va Amleto va anche Dennett. Mi fu agevole respingere
questo principio ricorrendo agli esperimenti ideali di trapianto
cerebrale tanto cari ai filosofi. Se Tizio e Caio si scambiano i
cervelli, Tizio è quello che ha il corpo che prima era di Caio;
chiedendoglielo: sosterrà di essere Tizio e vi rivelerà i particolari
più intimi della vita di Tizio. Era chiaro, dunque, che il mio corpo
attuale e io potevamo separarci ma non era verosimile che io potessi
essere separato dal mio cervello. La regola empirica che emergeva
chiaramente dagli esperimenti ideali era che, in un’operazione di
trapianto cerebrale, si vuole essere il donatore, non il beneficiario. In realtà è più giusto chiamare questa operazione un trapianto di corpo. Quindi, forse, la verità è che:
- Dove va Yorick va anche Dennett. Questo tuttavia non mi
andava molto. Come facevo a essere nella vasca e non invece pronto ad
andarmene in giro, quando era così evidente che mi trovavo fuori della
vasca, guardavo dentro di essa e cominciavo addirittura a progettare tra
me e me una ritirata nella mia stanza per fare un sostanzioso spuntino?
Era una petizione di principio, me ne rendevo conto, eppure sembrava
che portasse a qualcosa di importante. Mentre cercavo un qualche
sostegno per la mia intuizione, mi venne in mente un argomento di natura
giuridica che sarebbe forse piaciuto a Locke.
Supponiamo, ragionai tra me, che io ora
andassi in California, rapinassi una banca e fossi catturato. In quale
Stato sarei processato: in California, dov’è avvenuta la rapina, o nel
Texas, dove si trovava il cervello della banda? Sarei un criminale
californiano con un cervello fuori dello Stato o un criminale texano che
controlla da lontano un complice, se così si può dire, che agisce in
California? Probabilmente potrei evitare la condanna proprio per
l’indecidibilità di questo conflitto di competenze territoriali, oppure
lo giudicherebbero un crimine interstatale e quindi federale. Supponiamo
comunque che io venissi condannato. È plausibile che la California si
contenterebbe di gettare in galera Amleto, sapendo che Yorick se la
passa e fa la cura delle acque nel Texas? Oppure il Texas metterebbe
dentro Yorick, lasciando Amleto libero di prendere la prima nave per
Rio? Quest’alternativa, mi sembrò interessante. Escludendo la pena
capitale o altre punizioni insolite e crudeli, lo Stato sarebbe
obbligato a conservare il dispositivo di mantenimento in vita di Yorick,
magari trasferendolo a Houston al penitenziario di Leavenworth, e io, a
parte l’inconveniente del disonore, non troverei la cosa affatto
seccante e in quelle circostanze mi considererei un uomo libero. Se lo
stato ha interesse a rinchiudere una persona in un istituto di pena,
rinchiudendovi Yorick non rinchiuderebbe certo me. Se tutto ciò fosse vero, ne deriverebbe una terza alternativa.
- Dennett si trova ovunque pensi di trovarsi. Se la si generalizza, questa asserzione diventa: In qualsiasi istante una persona ha un punto di vista
e l’ubicazione del punto di vista (che è determinato interamente dal
contenuto del punto di vista) è anche l’ubicazione della persona.
Questa proposizione può anche suscitare
qualche perplessità; a me tuttavia sembrò un passo nella direzione
giusta. L’unico problema era che pareva mettermi, riguardo
all’ubicazione, in una improbabile situazione di infallibilità, come
dire: testa, vinco io/croce, perdi tu. Non mi era successo molte volte
di sbagliare credendo di essere in un dato posto, e altrettante volte di
non esserne sicuro? Non è forse possibile perdersi? Certo, ma perdersi geograficamente
non è l’unico modo di perdersi. Se ci si perde in un bosco, si può
almeno cercare di rassicurarsi con il consolante pensiero che se non
altro si sa dove si è: proprio lì, nei dintorni familiari del proprio
corpo. Forse in questo caso la scoperta di tale certezza non sarebbe di
grandissimo aiuto, ma si possono immaginare situazioni anche peggiori; e
io non ero certo che la mia in quel momento non fosse una di esse.
Era chiaro che il punto di vista aveva
qualcosa a che fare con l’ubicazione della persona, ma in sé era una
nozione poco chiara. È evidente che il contenuto del punto di vista di
un individuo non coincide col contenuto delle sue convinzioni o dei suoi
pensieri né è da esso determinato. Per esempio, che dovremmo dire del
punto di vista di uno spettatore di un film in cinerama che grida e si
contorce sulla poltrona allorché il documentario sulle montagne russe
travolge il suo senso psichico della distanza? Ha forse dimenticato di
essere la cinema, seduto in luogo sicuro? In questo caso ero incline a
dire che costui sta sperimentando un cambiamento illusorio del proprio
punto di vista. In altri casi, la mia propensione a definire illusori
questi cambiamenti era molto meno forte. I tecnici dei laboratori o
degli impianti che manipolano materiali pericolosi mediante braccia e
mani meccaniche controllate con dispositivi a retroazione, subiscono un
cambiamento del punto di vista che è più deciso e pronunciato di
qualunque effetto provocato dal cinerama. Con le loro dita metalliche
possono sentire il peso e la scivolosità dei contenitori che manipolano.
Essi sanno benissimo dove si trovano e non si lasciano indurre in false
convinzioni da quell’esperienza; eppure è come se fossero dentro la
camera ermetica che guardano. Con uno sforzo mentale essi riescono a
spostare avanti e indietro il loro punto di vista, un po’ come quando si
guarda un cubo trasparente di Neckar o un disegno di Escher e si riesce
a vederlo orientato ora in un modo ora nell’altro. Pare proprio assurdo
supporre che nell’eseguire questo esercizio di ginnastica mentale essi
trasportino avanti e indietro se stessi.
Comunque questo esempio mi diede qualche
speranza. Se io ero davvero nella vasca a dispetto delle mie intuizioni,
sarei forse riuscito, allenandomi, a rendermi quel punto di vista
addirittura abituale. Dovevo soffermarmi su immagini di me stesso
comodamente immerso nella vasca, occupato a inviare ordini a quel corpo
familiare là fuori. Riflettei che la facilità o la difficoltà
di quest’operazione erano presumibilmente indipendenti dalla vera
ubicazione del cervello. Se mi fossi esercitato prima dell’operazione,
forse ora questa sarebbe stata per me una seconda natura. Voi stessi
potete tentare un simile trompe-œil: supponete di avere scritto
una lettera sediziosa che è stata pubblicata sul “New York Times” e che
di conseguenza il governo abbia deciso di rinchiudere il vostro
cervello per un periodo di osservazione di tre anni nella Clinica dei
Cervelli Pericolosi a Bethesda, nel Maryland. Naturalmente il vostro
corpo è lasciato libero di guadagnarsi uno stipendio e continuare così
la sua funzione di accumulare reddito imponibile. In questo momento,
tuttavia, il vostro corpo è seduto in una sala ed ascolta lo stranissimo
resoconto che Daniel Dennett fa di una sua esperienza analoga. Provate.
Pensatevi a Bethesda e poi ripensate con nostalgia al vostro corpo così
lontano, che pure sembra così vicino. È solo con una
repressione a grande distanza (vostra? del governo?) che riuscite a
controllare l’impulso di battere quelle mani in un cortese applauso
prima di muovere il vostro vecchio corpo verso il bagno e poi verso un
ben meritato aperitivo al bar. Immaginare ciò è certamente difficile, ma
se raggiungete questo scopo il risultato potrebbe essere consolante.
Fatto sta che io ero a Houston, perso per
così dire nei miei pensieri. Ma ciò non durò a lungo: le mie
speculazioni furono interrotte ben presto dai dottori di Houston i
quali, prima di inviarmi nella mia rischiosa missione, desideravano
verificare il mio nuovo sistema nervoso protesico. Come ho detto prima,
all’inizio ero un po’ stordito, comprensibilmente, ma mi abituai subito
alle mie nuove condizioni (che in fin dei conti erano quasi
indistinguibili dalle mie vecchie condizioni). Il mio adattamento però
non era perfetto e ancor oggi continuo a soffrire di lievi difficoltà di
coordinamento. La velocità della luce è elevata ma finita e, via via
che il mio corpo e il mio cervello si allontanavano l’uno dall’altro, la
delicata interazione fra i miei sistemi di retroazione è gettata nello
scompiglio dai ritardi temporali. Proprio come di diventa quasi incapaci
di parlare quando si sente la propria voce soggetta a un ritardo o
rimandata dall’eco, così io sono praticamente incapace, per esempio, di
seguire con gli occhi un oggetto in movimento quando il mio cervello è
lontano dal corpo di qualche chilometro. Nella maggior parte dei casi la
mia menomazione è quasi impercettibile, benché io non sia più in grado
di colpire una palla a effetto con la padronanza di un tempo.
Naturalmente vi sono certe compensazioni. I liquori mi piacciono sempre e
mi riscaldano la gola corrodendomi il fegato, ma ora ne posso bere a
volontà senza ubriacarmi minimamente: fatto curioso, che alcuni miei
amici più intimi hanno forse notato (benché, di tanto in tanto io abbia finto
di essere ubriaco per non attirare la loro attenzione sulle mie
condizioni insolite). Per ragioni analoghe, se mi slogo un polso prendo
l’aspirina per bocca, ma se il dolore continua chiedo che mi venga
somministrata della codeina in vitro a Houston. Nei periodi in cui sono indisposto mi possono arrivare bollette del telefono da far rizzare i capelli.
Ma torniamo alla mia avventura. Alla
fine, i dottori e io eravamo persuasi che fossi ormai pronto a
intraprendere la missione sotterranea. Lasciai quindi il mio cervello a
Houston e mi diressi in elicottero a Tulsa. O per lo meno, questa fu la
mia sensazione, così mi esprimerei senza stare a lambiccarmi il
cervello, per così dire. Durante il viaggio ricominciai a riflettere
sulle preoccupazioni iniziali e capii che le mie prime meditazioni
postoperatorie avevano una sfumatura di panico. La faccenda non era
affatto così strana o metafisica come avevo supposto. Dove mi trovavo?
In due luoghi, evidentemente: dentro la vasca e fuori. Così come uno può
stare con un piede nel Connecticut e l’altro nel Rhode Island, io mi
trovavo in due luoghi contemporaneamente. Ero diventato uno di quegli
individui “diffusi” di cui si sentiva tanto parlare. Più meditavo su
questa risposta, più essa acquistava i tratti di un’ovvia verità.
Eppure, strano a dirsi, quanto più essa appariva vera, tanto meno
sembrava importante la domanda dalla quale poteva costituire la vera
risposta. Destino triste ma non nuovo per un problema filosofico.
Naturalmente questa risposta non mi soddisfaceva del tutto. Restava una
domanda alla quale mi sarebbe piaciuto trovare risposta, e non era né
“Dove sono tutte le mie parti?” né “Qual è il mio punto di vista
attuale?”. O almeno mi pareva che ci fosse una domanda del genere;
perché sembrava proprio innegabile che in un certo senso io, e non solo la maggior parte di me, stessi per scendere sotto terra a Tulsa in cerca di una testata atomica.
Quando trovai la testata fui proprio
contento di non aver portato il cervello, poiché l’indice dello speciale
contatore di Geiger che avevo con me era andato a fondo scala. Chiamai
Houston con la mia radio normale e riferii al centro di controllo
operativo la mia posizione e i miei progressi. In risposta essi mi
fornirono le istruzioni per smantellare il veicolo in base alle
osservazioni fatte sul posto. Mi ero appena messo al lavoro con cannello
ossidrico, quando all’improvviso accadde una cosa terribile: diventai
completamente sordo. Sulle prime pensai che fosse solo un guasto alla
mia cuffia radio, ma poi diedi uno o die colpi con le nocche
sull’elmetto e non sentii nulla. Evidentemente i ricetrasmettitori audio
erano andati a pallino. Non potevo più sentire né Houston né la mia
voce, ma potevo parlare e cominciai quindi a spiegare che cos’era
accaduto. A metà di una frase capii che si era guastato qualcos’altro:
il mio apparato vocale era rimasto paralizzato. Poi la mia mano destra
si afflosciò… un altro ricetrasmettitore partito. mi trovavo davvero in
guai grossi. Ma il peggio doveva ancora venire. Dopo qualche minuto
diventai cieco. Maledissi la mia sorte e poi maledissi gli scienziati
che mi avevano cacciato in quel gravissimo frangente. Ero lì, sordo,
muto e cieco, in un buco radioattivo, a un chilometro e mezzo sotto
Tulsa. Poi l’ultimo dei miei collegamenti radio col mio cervello
s’interruppe e all’improvviso mi trovai di fronte a un nuovo problema,
ancora più sconvolgente: mentre un istante prima mi trovavo sepolto vivo
nell’Oklahoma, ora mi trovavo privo di corpo a Houston. Non mi resi
conto immediatamente del mio nuovo stato. Mi ci vollero parecchi
angosciosi minuti per capire che il mio corpo giaceva a parecchie
centinaia di chilometri, col cuore che pulsava e i polmoni che
respiravano, ma peraltro morto come il corpo di un donatore in un
trapianto di cuore, e col cranio zeppo di aggeggi elettronici guasti e
inutili. Il cambiamento di prospettiva che prima avevo trovato quasi
impossibile ora mi parve del tutto naturale. Benché riuscissi a
ritrasportarmi col pensiero nel mio corpo dentro la galleria sotto
Tulsa, mi dovevo sforzare alquanto per mantenere l’illusione. Perché era
certo un’illusione supporre che fossi ancora nell’Oklahoma: con quel
corpo avevo perduto ogni contatto.
Poi, in una di quelle intuizioni
rivelatrici di cui si dovrebbe diffidare, mi venne in mente che mi ero
imbattuto in una straordinaria dimostrazione dell’immaterialità
dell’anima basata su premesse e princìpi fisicalisti. Infatti, non
appena si era estinto l’ultimo segnale radio fra Tulsa e Houston, io non
avevo forse cambiato ubicazione da Tulsa a Houston alla velocità della
luce? E non avevo forse compiuto ciò senz’alcun aumento della massa? Ciò
che si era spostato da A a B a quella velocità ero certamente io, o
comunque la mia anima o la mia mente, il centro privo di massa del mio
essere e la dimora della mia coscienza. Il mio punto di vista
era rimasto un po’ indietro, ma avevo già notato che esiste un rapporto
indiretto tra il punto di vista e l’ubicazione della persona. Non
riuscivo a vedere come un filosofo fisicalista potesse trovare da
obiettare alcunché, a meno che non imboccasse la strada tremenda e
anti-induttiva dove è bandito ogni discorso sulle persone. E tuttavia la
nozione di personalità era talmente radicata nella visione del mondo di
tutti, o almeno così mi pareva, che la sua negazione sarebbe stata
tanto stranamente poco convincente, tanto sistematicamente in malafede,
quanto la negazione cartesiana “non sum”.
La gioia della scoperta filosofica mi
aiutò così a superare alcuni dolorosissimi minuti, o forse ore, in cui
lo sconforto e la disperazione della mia situazione mi si fecero via via
più evidenti. Mi invasero ondate di panico e addirittura di nausea,
rese ancora più orribili dall’assenza della loro fenomenologia normale
collegata al corpo. Né scariche di adrenalina, né formicolio alle
braccia, né batticuore, né salivazione premonitrice. A un certo punto
sentii una spiacevolissima sensazione come di un crampo allo stomaco e
per un momento m’illuse la falsa speranza che stessi subendo il processo
inverso di quello che mi aveva ridotto in quello stato: una graduale
riacquisizione del corpo. Ma si era trattato di una sensazione unica e
isolata, e mi convinse ben presto che si trattava semplicemente dei
prodromi di un supplizio che con ogni probabilità mi stava colpendo:
l’allucinazione di avere un corpo fantasma, ben nota a chiunque abbia
subito un’amputazione.
Il mio stato d’animo era dunque assai
confuso e contraddittorio. Da una parte ero esaltato dalla mia scoperta
filosofica e mi arrovellavo il cervello (una delle poche cose familiari
che fossi ancora in grado di fare) per trovare il modo di comunicarla ai
giornali; dall’altra ero amareggiato, solo, pieno di terrore e
d’incertezza. Per fortuna tutto ciò non durò a lungo, poiché la squadra
di assistenza tecnica con un sedativo mi procurò un sonno senza sogni,
dal quale riemersi udendo con meravigliosa fedeltà i primi, ben noti
accordi del mio prediletto Trio per archi e pianoforte di
Brahms. Ecco dunque perché avevano voluto un elenco dei miei dischi
preferiti! Non mi ci volle molto per capire che sentivo la musica senza
orecchi: Ciò che usciva dalla puntina stereofonica, dopo essere passato
attraverso chissà quale raffinato circuito di raddrizzamento, veniva
riversato direttamente nel mio nervo acustico. Stavo ascoltando Brahms
in presa diretta, un’esperienza indimenticabile per tutti i patiti della
stereofonia. Quando il disco finì, non fui sorpreso nell’udire la voce
rassicurante del direttore del progetto che parlava nel microfono che
ora costituiva la mia protesi acustica. Egli confermò l’analisi da me
fatta sul guasto che si era verificato e mi assicurò che si stavano
prendendo i provvedimenti del caso per reincorporarmi. Non fu più
specifico e dopo qualche altro disco cominciai a scivolare nel sonno.
Come appresi in seguito, il mio sonno durò per quasi un anno e quando mi
svegliai mi ritrovai del tutto reintegrato nei miei sensi. Tuttavia,
quando mi guardai allo specchio, fui un po’ stupito nel vedere una
faccia che non conoscevo. Barbuta e un po’ più larga, con un’indubbia
rassomiglianza con la mia faccia precedente e la stessa espressione di
vivace intelligenza e risolutezza, ma certamente una faccia diversa.
Altre esplorazioni di natura intima mi tolsero ogni dubbio che si
trattasse di un corpo nuovo, e il direttore del progetto confermò le mie
conclusioni. Non si dilungò sulla storia precedente del mio nuovo corpo
e io (saggiamente, penso ora) decisi di non indagare. Come hanno
teorizzato di recente molto filosofi ignari delle mie traversie,
l’acquisizione di un corpo nuovo lascia intatta la persona. E dopo un certo periodo di adattamento a una nuova voce, a un diverso vigore o debolezza dei muscoli e così via, la personalità
è anch’essa grosso modo conservata. Cambiamenti di personalità più
appariscenti sono stati comunemente osservati in persone che abbiano
subìto importanti operazioni di chirurgia plastica, per non parlare dei
cambiamenti chirurgici di sesso, e penso che nessuno voglia negare che
in quei casi la persona sopravvive. Comunque io mi adattai presto al mio
nuovo corpo, al punto di non riuscire a richiamare alla coscienza, o
addirittura alla memoria, nessuna delle novità che esso aveva
rappresentato all’inizio. Ciò che vedevo nello specchio mi diventò
presto del tutto familiare. Tra l’altro vedevo ancora le antenne e
perciò non fui sorpreso quando m’informarono che il mio cervello non era
stato tolto dalla sua dimora nel laboratorio per il mantenimento in
vita.
Decisi che il mio vecchio amico Yorick
meritava una visita. Io e il mio nuovo corpo, che potremmo anche
chiamare Fortebraccio, entrammo nel solito laboratorio, dove fummo
accolti da un’altra ovazione dei tecnici, i quali ovviamente non si
congratulavano con me ma con se stessi. Ancora una volta sostai davanti
alla vasca e contemplai il povero Yorick e mi venne ancora una volta il
capriccio di spegnere il trasmettitore di uscita. Immaginatevi la mia
sorpresa quando non accadde nulla d’insolito. Nessuno svenimento,
nessun’ondata di nausea, nessun mutamento percettibile. un tecnico si
affrettò a girare di nuovo l’interruttore, ma neppure questa volta
sentii nulla. Domandai spiegazioni e il direttore del progetto me le
fornì subito. A quanto pareva, ancor prima di operarmi la prima volta,
avevano costruito al calcolatore un duplicato del mio cervello, che
traduceva in un gigantesco programma sia la struttura completa per
l’elaborazione dell’informazione sia la velocità di calcolo del mio
cervello. Dopo l’operazione, ma prima di inviarmi in missione
nell’Oklahoma, avevano fatto funzionare l’uno accanto all’altro questo
sistema da calcolatore e Yorick. I segnali provenienti da Amleto
venivano inviati simultaneamente ai ricetrasmettitori di Yorick e al
fascio degli ingressi del calcolatore. E le uscite di Yorick, non solo
venivano ritrasmesse ad Amleto, il mio corpo: venivano anche registrate e
confrontate con le uscite simultanee del programma che, per ragioni a
me oscure, era stato chiamato “Uberto”. Per giorni e addirittura per
settimane le uscite furono identiche e sincrone, il che naturalmente non
dimostrava che fossero riusciti a copiare la struttura funzionale del cervello; tuttavia questa conferma empirica era molto incoraggiante.
Nei giorni in cui ero rimasto privo di corpo, l’ingresso di Uberto, e
quindi anche la sua attività, erano stati mantenuti paralleli a quelli
di Yorick. E ora, per dimostrarlo, essi avevano commutato l’interruttore
principale affidando così per la prima volta a Uberto il controllo in
linea del mio corpo: non di Amleto, naturalmente, bensì di Fortebraccio.
Appresi che Amleto non era stato più estratto dalla sua tomba
sotterranea e si poteva presumere che a quel punto fosse ormai ritornato
polvere. Sulla mia tomba giace ancora la massa imponente del congegno
abbandonato, con la parola DSSS disegnata a grandi lettere sul fianco
(circostanza che potrà ispirare agli archeologi del secolo venturo idee
curiose sui riti di sepoltura dei loro antenati).
A questo punto i tecnici del laboratorio mi mostrarono l’interruttore
principale, che aveva due posizioni, contrassegnate con una C per
cervello (non sapevano che il mio cervello si chiamava Yorick), e una U
per Uberto. L’interruttore era appunto sulla U e mi spiegarono che, se
volevo, potevo ricommutarlo su C. Col cuore in gola (e col cervello in
vasca) eseguii. Non accadde nulla. Solo un clic. Per verificare la loro
asserzione, e con l’interruttore principale ora su C, feci scattare
l’interruttore d’uscita di Yorick collocato sulla vasca: e difatti
cominciai a venir meno. Una volta che l’interruttore di uscita fu
rimesso nella posizione di acceso e che io ebbi recuperato i sensi, per
così dire, continuai a giocare con l’interruttore principale, facendolo
scattare avanti e indietro. Mi convinsi che, a parte il clic della
commutazione, non riuscivo a scoprire la minima differenza. Potevo
commutare a metà di una frase, e la frase che avevo cominciato sotto il
controllo di Yorick veniva completata, senza pausa o stacco alcuno,
sotto il controllo di Uberto. Avevo un cervello di scorta, una sorta di
protesi che un giorno avrebbe potuto essermi di grande aiuto se fosse
capitato qualche guaio a Yorick. Oppure potevo tenere Yorick di riserva e
usare Uberto. Sembrava che la scelta fosse del tutto indifferente,
poiché il logorio e l’affaticamento del mio corpo non avevano alcun
effetto debilitante su nessuno dei due cervelli, sia che stessero, l’uno
o l’altro, effettivamente generando i movimenti del mio corpo sia che
stessero buttando la loro uscita al vento.
L’unico aspetto veramente preoccupante di questo nuovo sviluppo era la
prospettiva, che non tardò molto a farsi luce il me, che qualcuno
staccasse il ricambio – Uberto o Yorick, secondo il caso – da
Fortebraccio e lo ricollegasse a un altro corpo ancora, a un qualche
Rosencrantz o Guildenstern dell’ultim’ora. A quel punto (se non prima)
ci sarebbero state due persone, questo era chiaro. Una sarei
stata io e l’altra sarebbe stata una sorta di fratello supergemello. Se
ci fossero stati due corpi, uno controllato da Uberto e l’altro da
Yorick, quale sarebbe stato riconosciuto dal mondo come il vero Dennett?
E qualunque fosse stata la decisione del resto del mondo, quale dei due
sarebbe stato me? Sarei stato quello col cervello Yorick, in
virtù della priorità causale di Yorick e della sua precedente relazione
intima con Amleto, il corpo originale di Dennett? Questo argomento
sembrava un po’ troppo legalitario, sapeva un po’ troppo
dell’arbitrarietà della consanguineità e del possesso legale per essere
convincente a livello metafisico. Supponiamo infatti che, prima della
comparsa sulla scena del secondo corpo, avessi tenuto Yorick di riserva
per anni e avessi fatto guidare per tutto il tempo il mio corpo – cioè
Fortebraccio – dall’uscita di Uberto. Allora la coppia
Uberto-Fortebraccio avrebbe costituito per usucapione (tanto per
contrapporre un concetto giuridico a un altro) il vero Dennett e l’erede
legittimo di tutto ciò che era appartenuto a Dennett. Era un problema
interessante, certo, ma sicuramente non così pressante come un altro
problema che mi tormentava. Intuivo lucidamente che in tale eventualità io sarei vissuto fintantoché una delle due coppie cervello-corpo fosse rimasta intatta, ma non ero molto incerto se desiderare o no che vivessero entrambe.
Discussi le mie preoccupazioni con i tecnici e col direttore del
progetto. La prospettiva di due Dennett mi ripugnava, spiegai,
soprattutto per ragioni sociali: non volevo rivaleggiare con me stesso
per l’affetto di mia moglie, né mi allettava la prospettiva di due
Dennett che si spartissero il mio modesto stipendio di professore.
Ancora più sgomentante e disgustosa, tuttavia, era l’idea di sapere tante cose
di un’altra persona, che a sua volta la sapeva altrettanto lunga su di
me. Come avremmo mai potuto guardarci negli occhi? I miei colleghi del
laboratorio sostenevano che stavo dimenticando il lati positivi della
faccenda. Non c’erano forse molte cose che avrei potuto fare ma che,
essendo una sola persona, non ero mai riuscito a fare? Ora un Dennett
poteva restare a casa a fare il professore e il padre di famiglia,
mentre l’altro poteva darsi a una vita di viaggi e di avventure: gli
sarebbe mancata la famiglia, è naturale, ma sarebbe stato felice di
sapere che l’altro Dennett badava al focolare domestico. Avrei potuto
essere fedele e allo stesso tempo adultero; avrei perfino potuto farmi
le corna da me… per non parlare di altre possibilità più lubriche che i
miei colleghi facevano a gara per presentare alla mia immaginazione
sovraffaticata. Ma le mia peripezia nell’Oklahoma (o a Houston?) avevano
ridimensionato il mio gusto per l’avventura, e declinai l’opportunità
che mi veniva offerta (anche se naturalmente non fui mai del tutto
sicuro che venisse offerta a me per primo).
C’era un’altra prospettiva ancora più spiacevole: che il ricambio, fosse
Uberto o Yorick, venisse staccato da qualunque ingresso proveniente da
Fortebraccio e lasciato così, staccato. Allora, come nell’altro caso, ci
sarebbero stati due Dennett, o almeno due pretendenti al mio nome e ai
miei beni: uno nel corpo di Fortebraccio e l’altro, misero e triste,
privo di corpo. Tanto l’egoismo quanto l’altruismo mi spingevano a far
sì che ciò non accadesse. Chiesi dunque che venissero prese delle
precauzioni affinché nessuno potesse mai manomettere i collegamenti del
ricetrasmettitore o l’interruttore principale senza che io (noi? no, io)
lo sapessi e vi consentissi. Poiché non volevo certo passare tutta la
vita a Houston a far la guardia alle apparecchiature, fu deciso di
comune accordo che tutti i collegamenti elettronici del laboratorio
fossero messi sotto chiave. Tanto quelli che governavano il sistema per
il mantenimento in vita di Yorick quanto quelli che governavano
l’alimentazione di energia per Uberto sarebbero stati protetti da
apparecchiature a prova di guasto e io avrei portato con me, dovunque
andassi, l’unico interruttore principale, attrezzato per il controllo a
distanza via radio. Lo porto legato intorno alla vita e… un momento… eccolo qui.
Ogni due o tre mesi faccio una verifica della situazione e cambio i
canali. Naturalmente lo faccio solo alla presenza di amici, perché se
l’altro canale, Dio non voglia, fosse morto o altrimenti occupato,
dev’essere presente qualcuno a cui stiano a cuore i miei interessi, per
ricommutarlo e farmi così tornare dal nulla. Infatti, pur essendo in
grado di sentire, vedere, udire e percepire qualunque cosa succedesse al
mio corpo dopo questa commutazione, non sarei tuttavia in grado di
governarlo. Tra l’altro le due posizioni dell’interruttore non sono
contrassegnate di proposito, e quindi non ho la più pallida idea se lo
sto commutando da Uberto a Yorick o viceversa. (Alcuni di voi potranno
pensare che in tal caso io non so in realtà chi sono, per non
parlare di dove sono. Ma queste riflessioni ormai non intaccano la mia
fondamentale Dennettità, il senso che ho della mia identità principale.
Se è vero che in un certo senso non so chi sono, questa è un’altra delle
vostre verità filosofiche di portata insignificante).
Comunque ogni volta che ho girato l’interruttore finora non è accaduto nulla. Proviamo, dunque…
“DIO SIA LODATO! PENSAVO CHE NON AVRESTI
PIÙ GIRATO QUELL’INTERRUTTORE! Non puoi immaginare quanto siano state
tremende queste due settimane… ma ora lo sai, il purgatorio adesso tocca
a te. Come ho desiderato questo momento! Vedi, circa due settimane fa –
scusatemi, signore e signori, ma devo spiegare tutto ciò a mio… ehm,
fratello, direi, tutto sommato; lui vi ha appena narrato i fatti, quindi
capirete – circa due settimane fa i nostri due cervelli hanno perso un
po’ del loro sincronismo. Ignoro quanto te se il mio cervello
adesso sia Uberto o Yorick, ma in ogni caso i due cervelli si sono
separati e, una volta iniziato, il processo di differenziazione se è
messo a galoppare, perché io ero in una stato di ricezione leggermente
diverso rispetto all’ingresso che ricevevamo entrambi, e ben presto
questa differenza è cresciuta. In men che non si dica l’illusione che io
avessi il controllo del mio corpo, cioè del nostro corpo, è scomparsa
del tutto. Non potevo fa nulla, non avevo alcuna possibilità di
chiamarti. TU NON SAPEVI NEPPURE CHE IO ESISTESSI! Era come essere
portati in giro in una gabbia o, meglio, come essere posseduti: udivo la
mia voce pronunciare cose che non volevo dire, guardavo con rabbia
impotente le mie mani che compivano gesti che non volevo compiere.
Quando avevamo il prurito tu grattavi ma non come l’avrei fatto io, e
con tutto il tuo voltarti e rivoltarti non mi facevi dormire. Ero
spossato, ero sull’orlo di un esaurimento nervoso, venivo portato qua e
là senza potermi difendere nel tuo giro frenetico di attività, sostenuto
soltanto dalla consapevolezza che un giorno avresti girato
l’interruttore.
“Ora tocca a te, ma tu almeno avrai la consolazione di sapere che io so che tu sei lì dentro. Come una madre in attesa, io ora mangio – o almeno sento odori e sapori e vedo – per due
e cercherò di facilitarti le cose. Non preoccuparti. Non appena questo
convegno sarà terminato, tu e io prenderemo il primo aereo per Houston e
vedremo che cosa di più fare per dare ad ognuno di noi un altro corpo.
Potrai avere un corpo di donna, potrai scegliere il colore che
preferisci… Ma pensiamoci su. Ecco, senti qua… per fare le cose
onestamente, se entrambi volessimo questo corpo, ti prometto che
chiederò al direttore di tirare una moneta per stabilire chi dei due lo
potrà tenere e chi invece dovrà scegliersene uno nuovo. Con questo
dovrebbe essere assicurata la giustizia, no? Comunque, ti prometto che
avrò cura di te. Le persone qui presenti me ne sono testimoni.
“Signore e signori, la conferenza che
abbiamo appena ascoltato non è esattamente quella che avrei fatto io, ma
vi assicuro che tutto ciò che lui ha detto è assolutamente vero. E ora,
col vostro permesso, tornerò al mio… torneremo al nostro… posto”.
FINE