Perché dovrei cambiare? Perché dovrei adattare il mio modo di essere in funzione della società, dell'ambiente in cui vivo? E' mai possibile che io sia sempre una variabile in una funzione che ha potere su di me, che mi modifica secondo le sue leggi (tutto ciò utilizzando termini matematici)?
Nasciamo, viviamo e moriamo in società (almeno la maggior parte di noi): entriamo senza volerlo veramente in questo organismo che ci risucchia e lentamente ci lega senza via di scampo. Non che sia un'esperienza in superficie non piacevole! Tutt'altro! Per nostra stessa natura fisiologica cerchiamo la compagnia di altri individui, ma a livello mentale la faccenda è completamente diversa! Ognuno di noi ha un cervello profondamente diverso da tutti gli altri e questa è una cosa che non possiamo conciliare: quindi perché devo per forza fare parte di un contesto che non mi appartiene?
Il problema è che CI SIAMO SPINTI TROPPO IN AVANTI: abbiamo creato strutture e sotto-strutture, istituzioni di istituzioni che fanno capo a ministri che fanno capo a presidenti ecc...Vi rendete conto di quanto sia FOLLE ciò?!
Ci auto-costringiamo a vivere in questa struttura sociale iper-complessa ed iper-imperfetta, con tutti i suoi punti deboli, e vediamo ogni tentativo di uscire da essa come un'alienazione (molto spesso volontaria) dell'individuo.
Fra gli errori più grandi di una gestione così strutturata delle risorse umane (delle nostre vite, perché in sostanza le istituzioni controllano il modo in cui le persone devono vivere, seguendo certi standard e certe regole prestabilite) è proprio il distruggere, nell'animo delle persone, il desiderio di indipendenza, il SENSO DI SE', il sentirsi una cosa a parte rispetto al resto.
Quello che sto facendo è un discorso molto difficile da comprendere a fondo proprio perché chi lo leggerà lo relazionerà con la sua idea della società che necessariamente sarà stata influenzata da quest'ultima. Quindi, l'unica cosa che chiedo al lettore è di cercare di vedere la situazione da un punto di vista più alto, più oggettivo, per poi passare a ciò che veramente lui sente.